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L’ARCIVESCOVO DELPINI A LECCO: “SPERANZA, AMABILITA’ E AMICIZIA PER AFFRONTARE LE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO”

L’ARCIVESCOVO DELPINI A LECCO: “SPERANZA, AMABILITA’ E AMICIZIA PER AFFRONTARE LE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO”

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LECCO, 19 OTTOBRE 2026 – Al Santuario della Beata Vergine della Vittoria una serata di dialogo e riflessione sulla proposta pastorale 2026/2027. Al centro dell’incontro, l’accoglienza, le fragilità e la necessità di costruire comunità capaci di non lasciare nessuno solo.

Coltivare la speranza, praticare l’amabilità e riscoprire l’amicizia come forma concreta di vicinanza. È l’invito rivolto dall’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, alla comunità lecchese durante l’incontro di giovedì 15 ottobre al Santuario della Beata Vergine della Vittoria, dedicato alla proposta pastorale diocesana 2026/2027, dal titolo «Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?».

La serata, partecipata da numerosi fedeli della Comunità pastorale Madonna del Rosario di Lecco e della Zona pastorale III, è stata un’occasione di dialogo e confronto sulle sfide che attraversano la società contemporanea, con particolare attenzione all’accoglienza, alle solitudini e alla capacità delle comunità cristiane di offrire punti di riferimento concreti.

«Non voglio insegnarvi come agire, ma incoraggiarvi a guardare a un animo grande, capace di accogliere le sfide del nostro tempo senza lasciarsi scoraggiare», ha sottolineato Delpini. «Dobbiamo custodire, in tutto quello che facciamo, alcuni atteggiamenti fondamentali: speranza, amabilità e amicizia ci devono guidare ogni giorno».

Dalla Notte dell’Innominato alle domande della comunità

Ad aprire l’incontro è stata la lettura, affidata all’attore Fabio Sarti, della celebre Notte dell’Innominato dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Una scelta tutt’altro che casuale: proprio nelle pagine manzoniane si ritrovano alcune delle suggestioni che hanno ispirato il titolo della proposta pastorale della Diocesi di Milano.

A rivolgere le domande all’Arcivescovo sono stati alcuni rappresentanti della comunità lecchese, portavoce di esperienze e sensibilità differenti.

Tra loro Virginio Brivio, già sindaco di Lecco e presidente della Provincia, oggi alla guida dell’impresa sociale Girasole e presidente di Uneba Lecco; Pietro, giovane insegnante impegnato nell’oratorio San Luigi e membro del consiglio pastorale; Martina Locatelli, madre di due bambini e responsabile del Rifugio notturno della Casa della Carità; infine Tina e Arash, giovani ingegneri iraniani, attivisti per i diritti umani nel loro Paese e residenti a Lecco, che da un anno hanno intrapreso il percorso catecumenale per diventare cristiani.

Esperienze diverse, accomunate da interrogativi condivisi: come superare le divisioni e camminare nella stessa direzione? Come promuovere l’accoglienza verso chi è diverso? Come aprire gli oratori ai ragazzi più fragili e ai giovani di altre religioni? E, soprattutto, come restituire nella vita quotidiana l’accoglienza ricevuta all’interno della comunità cristiana?

«Una comunità capace di non lasciare nessuno solo»

Per rispondere, monsignor Delpini ha richiamato autori e testi capaci di illuminare le questioni emerse durante il confronto. Dalla Ballata della speranza di padre David Maria Turoldo alla carità del cardinal Borromeo raccontata nei Promessi sposi, passando per I miserabili di Victor Hugo e una lettera di Charles de Foucauld a un amico, le letture hanno offerto spunti per riflettere sul significato concreto dell’accoglienza e della solidarietà.

Il filo conduttore è stato la necessità di costruire comunità nelle quali nessuno venga lasciato solo, soprattutto nei momenti di fragilità, incertezza e smarrimento.

Non bastano, ha evidenziato l’Arcivescovo, servizi e iniziative: occorre uno stile di vita comunitario capace di rendere visibile una speranza concreta. Una speranza da coltivare insieme, perché possa unire persone e realtà differenti; l’amabilità, per costruire relazioni nelle quali ciascuno si senta riconosciuto; e la capacità di essere una casa amica per chi cerca ascolto e una possibilità di cambiamento.

In questo percorso, l’amicizia diventa una prima forma di missione, da testimoniare attraverso la bontà, la tenerezza, la stima e la vicinanza quotidiana.

«Abbiamo bisogno di sperare, tutti insieme», ha ribadito Delpini, indicando nella condivisione e nella cura delle relazioni una risposta alle inquietudini del presente.

Il prevosto Uberti: «La buona notizia da portare alla città»

A introdurre la serata è stato monsignor Bortolo Uberti, prevosto di Lecco, che ha sottolineato il legame tra la proposta pastorale e le pagine manzoniane, soffermandosi proprio sulla notte tormentata dell’Innominato.

«Non potevamo non raccogliere questo invito e ritrovarci per riflettere insieme su come le intuizioni della Lettera pastorale possano ricadere nella vita concreta delle nostre comunità, della città e dell’intero territorio lecchese», ha spiegato.

Uberti ha richiamato l’inquietudine del personaggio manzoniano, definito dallo scrittore un «tormentato esaminator di se stesso», riconoscendovi alcuni tratti del nostro tempo, segnato da disorientamento, incertezza e solitudine.

«Pensiamo alle tante solitudini che abitano la nostra città e i nostri paesi, all’incertezza sul futuro e alle domande che attraversano la vita delle persone», ha osservato il prevosto. Eppure, proprio nella notte dell’Innominato, il suono di una festa lascia intravedere un’alternativa alla disperazione e all’isolamento.

Un’immagine che, secondo Uberti, richiama anche la voce dei campanili e la possibilità di continuare a portare un messaggio di speranza in un tempo attraversato da divisioni e difficoltà.

L’incontro con l’Arcivescovo, ha concluso, ha rappresentato un’occasione per lasciarsi provocare dalle domande e interrogarsi sullo stile di vita delle comunità, affinché le riflessioni non restino parole, ma possano tradursi in gesti e relazioni concrete.

Il messaggio emerso dal Santuario della Beata Vergine della Vittoria guarda dunque oltre la serata e oltre i confini della comunità ecclesiale: costruire una città più accogliente significa coltivare ogni giorno la speranza, riconoscere la dignità di ciascuno e fare dell’amicizia una pratica quotidiana, capace di contrastare la solitudine e restituire fiducia nel futuro.

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