LECCO 7 LUGLIO 2025 -Un giovane neodiplomato della Maturità 2025, Nicolò Tavasci, ci ha donato il suo intervento e le sue riflessioni sulla sua personalissima esperienza. E noi volentieri lo pubblichiamo come spunto di riflessione.
“Quale significato dovremmo attribuire al voto di maturità? Può un numero rappresentare ciò che siamo?
Ormai si è concluso il mio percorso al liceo e non vedo l’ora di iniziare l’università. Ora, in un momento di tranquillità, mi volgo indietro e guardo questi ultimi anni con un po’ di nostalgia. Mi mancheranno la quotidianità liceale, il sentirsi parte di un gruppo accomunato dalle stesse ansie e gioie, la relazione con i miei compagni e professori, il frenetico studio e il calendario pieno di impegni extrascolastici. Se avessi dovuto autovalutarmi, mi sarei dato un voto più basso di quello che ho ricevuto.
Possibile che la commissione mi abbia sopravvalutato? Forse che mi abbiano voluto premiare? O sono io ad aver sottovalutato me stesso? Il mio studio è stato faticoso, ma non sempre costante; inoltre, mi sono sempre preoccupato di mostrare una versione migliore di me, o almeno di quanto pensassi di essere. Ho accettato le logiche del sistema scolastico e ho scalato i voti con tecniche e metodi di studio, quasi fosse un gioco. Non credo di meritarmi il voto che mi è stato assegnato, un voto che, evidentemente, non può rappresentarmi”.
“Sono uscito con **, ma questo numero non trova riscontro con la realtà. Possono forse due cifre essere rappresentative di una persona nella sua soggettività? Il diploma di maturità è solo un certificato formale e il voto finale è totalmente impersonale, non è espressione delle nostre capacità reali, né del livello di maturità, né della nostra personalità; esso ha solo la funzione di attestare la promozione in un istituto scolastico italiano. La vera espressione della nostra interiorità si manifesta invece ogni giorno nelle azioni che compiamo e nel modo in cui ci relazioniamo con le cose e le persone. Solo alla fine della vita possiamo guardare il nostro passato e trovare soddisfazione in ciò che abbiamo veramente realizzato. Allora perché diamo così tanta importanza alla valutazione? Come mai cerchiamo
di riconoscerci nell’esito finale dell’Esame di Stato? Credo che questo disagio, il non “ritrovarsi” nel proprio voto, sia comune a molti studenti: molto spesso ci sentiamo in difetto, indietro rispetto agli altri, ma forse stiamo affrontando il problema con l’approccio sbagliato. Questo sentimento è presente indipendentemente dal voto, da 60 a 100, quindi non si tratta del numero in sé, ma di come ci rapportiamo ad esso e come gestiamo l’idea che abbiamo di noi stessi.
Noi ci facciamo schiacciare dalle aspettative dei genitori, dei compagni, ma soprattutto dalle nostre stesse proiezioni. Ognuno costruisce un’immagine di sé che inevitabilmente è una distorsione della realtà: se le aspettative sono deluse, ci sentiamo in difetto; se sono superate, ci sentiamo temporaneamente soddisfatti, ma poi si accresce l’idea di essere stati sopravvalutati o solamente fortunati. Come possiamo non essere delusi dalle nostre stesse aspettative? Queste non si possono
neppure annullare, poiché ci danno la forza di andare avanti, la speranza nel futuro e quella spinta di motivazione che ci carica di energia in quello che facciamo quotidianamente. Dobbiamo quindi dosarle e saperle gestire. È dunque fondamentale avere delle aspettative libere di essere confutate, che si sgancino
dal previsto e siano aperte ad accogliere l’imprevedibile. Non fissiamoci su aspettative illusorie che, infrangendosi, ci fanno crollare il mondo addosso.
Mi auguro che questa riflessione possa essere utile sia ai miei coetanei sia agli adulti che, in qualche modo, devono interpretare l’esperienza che hanno vissuto. Inoltre, mi chiedo cosa si possa fare nel concreto per cambiare il valore che gli studenti attribuiscono ai voti, affinché non si torturino con ansie e aspettative irrealizzabili. Nicolò Tavasci”.