INFERMIERI IMPIEGATI COME OSS, IL COINA LANCIA L’ALLARME: «NON È PIÙ EMERGENZA, MA CATTIVA ORGANIZZAZIONE»
LECCO, 25 AGOSTO 2026 – Gli infermieri sempre più spesso chiamati a svolgere mansioni che non appartengono al loro profilo professionale. È la denuncia lanciata dal COINA – Sindacato delle Professioni Sanitarie, che torna a puntare i riflettori sull’utilizzo improprio del personale infermieristico per compensare le carenze di OSS, ausiliari e altre figure di supporto.
Secondo i dati citati dal sindacato, il fenomeno sarebbe particolarmente diffuso: il 94,5% degli infermieri intervistati svolge almeno un’attività non infermieristica, mentre fino al 32,6% del tempo lavorativo può essere assorbito da mansioni amministrative, logistiche, ausiliarie o comunque estranee alle competenze specifiche della professione.
A riportare il tema al centro del dibattito è anche una recente pronuncia del Tribunale di Reggio Calabria, che con la sentenza n. 1103 del 9 luglio 2026 ha riconosciuto il demansionamento di un’infermiera che, per anni e a causa della carenza di personale di supporto, era stata chiamata quotidianamente a svolgere attività proprie degli OSS.
Per il segretario nazionale del COINA, Marco Ceccarelli, il problema non può più essere ricondotto a situazioni eccezionali.
«Non possiamo chiamare emergenza ciò che accade ogni giorno per mesi o per anni – sostiene Ceccarelli –. Se mancano gli OSS e l’azienda decide sistematicamente che saranno gli infermieri a sostituirli, il problema non è più la disponibilità del singolo professionista: è un modello organizzativo sbagliato».
Il sindacato sottolinea come il ricorso alle mansioni improprie non rappresenti soltanto una questione legata al demansionamento. A essere coinvolto è anche il tempo dedicato all’assistenza, con il rischio di aumentare i carichi di lavoro, frammentare le attività e ritardare o rendere più difficili alcune prestazioni propriamente infermieristiche.
Una ricerca italiana RN4CAST, condotta su 3.590 infermieri, ha rilevato percentuali di attività assistenziali non effettuate comprese, a seconda dell’intervento, tra il 7% e il 50%. Tra le cause percepite dagli operatori è stata indicata anche l’insufficienza delle risorse umane.
Il quadro, secondo il COINA, diventa ancora più preoccupante se si guarda alla disponibilità di personale. I dati riportati dal sindacato indicano per l’Italia una presenza di 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media europea di 8,5.
A questo si aggiungono le prospettive sul fronte pensionistico. Secondo elaborazioni Agenas citate nel comunicato, tra il 2026 e il 2035 potrebbero essere 80.401 gli infermieri in uscita per pensionamento, pari a quasi il 29% della forza lavoro considerata nell’analisi.
Anche il ricambio generazionale rappresenta una criticità: nell’anno accademico 2025-2026 le domande di iscrizione ai corsi di laurea in Infermieristica sono state 18.683, a fronte di 20.409 posti disponibili.
«Ogni ora di lavoro qualificato sprecata rappresenta un danno organizzativo – osserva Ceccarelli –. Non possiamo lamentare che gli infermieri siano pochi e contemporaneamente impiegarli come tappabuchi universali delle carenze del sistema».
Sul tema interviene anche la giurisprudenza. Il COINA richiama in particolare l’ordinanza n. 7711/2026 della Corte di Cassazione, pubblicata il 30 marzo, relativa a un caso nel quale un infermiere era stato impiegato anche in mansioni proprie delle figure di supporto.
Nel caso esaminato, le mansioni inferiori rappresentavano circa il 10% di ciascun turno di lavoro e si erano protratte per oltre dieci anni. La Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, che avevano riconosciuto al lavoratore un risarcimento di 22.780 euro oltre agli interessi.
Secondo il COINA, la pronuncia ribadisce un principio importante: non è sufficiente che un infermiere svolga prevalentemente le proprie mansioni per escludere automaticamente una lesione della professionalità. Anche un’attività di livello inferiore, se sistematica e non marginale, può assumere rilevanza.
Il sindacato richiama inoltre altre pronunce della Cassazione del 2025 e del 2026, sostenendo che le mansioni inferiori possano essere richieste in determinate situazioni organizzative o di sicurezza, ma solo entro limiti precisi, quando siano marginali oppure, se non marginali, occasionali.p
Il COINA precisa però che la questione non deve trasformarsi in una contrapposizione tra professionisti.
«Gli OSS sono figure indispensabili all’assistenza e proprio per questo devono essere presenti in numero adeguato», sottolinea Ceccarelli. «Difendere il perimetro dell’infermiere non significa svalutare il lavoro dell’OSS. Significa riconoscere che entrambe le figure hanno un ruolo specifico nell’équipe e che una corretta organizzazione non può prevedere la sostituzione strutturale dell’una con l’altra».
Il sindacato chiede quindi una ricognizione nazionale delle mansioni improprie svolte dagli infermieri, insieme a una verifica del tempo assistenziale sottratto alle attività proprie della professione.
L’obiettivo, secondo il COINA, dovrebbe essere quello di programmare in modo più preciso il fabbisogno di OSS e personale di supporto e di costruire modelli organizzativi nei quali ogni professionista possa essere impiegato in base alle proprie competenze.
«Con oltre 80mila potenziali pensionamenti davanti a noi, meno giovani che scelgono Infermieristica e una densità professionale già molto inferiore a quella europea – conclude Ceccarelli – non possiamo permetterci di perdere infermieri e neppure di sprecare quelli che abbiamo».